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Rebranding o brand refresh: quale scegliere

Il rebranding cambia il marchio in profondità: posizionamento, spesso nome, logo e sistema visivo. Il brand refresh aggiorna l’identità esistente e conserva ciò che il pubblico riconosce già. La scelta dipende da una domanda: è cambiata l’azienda o è cambiato solo il modo in cui appare? Nel primo caso serve un rebranding, nel secondo di solito basta un refresh.

Che differenza c’è, in pratica

Non esiste una definizione di legge né uno standard condiviso: le due parole si usano con confini diversi. Noi le distinguiamo così.

  • Rebranding: il marchio non rappresenta più l’azienda. Si rivedono posizionamento, nome se serve, logo, parole e sistema visivo.
  • Brand refresh: il marchio è giusto ma appare datato o poco adatto ai supporti di oggi. Si ritoccano logo, colori, caratteri o tono di voce, senza cambiare ciò che l’azienda promette.

Quando conviene un rebranding

Di solito quando l’azienda è cambiata davvero: una fusione o un’acquisizione, un nuovo mercato, un’offerta diversa da quella per cui il nome era nato. Brand Finance ha analizzato circa 3.000 acquisizioni quotate di valore superiore a 500 milioni di dollari e ha trovato che quelle senza cambio di marchio avevano il 56% di probabilità in più di subire danni seri (Brand Finance, 2020, in inglese). È uno studio su grandi operazioni, e nel settore bancario i marchi cambiati hanno reso meno: indica un criterio, non una regola per tutti.

Un caso noto: Facebook ha dato alla società il nome Meta il 28 ottobre 2021 per riflettere l’obiettivo di costruire il metaverso, lasciando invariati i nomi delle app (Meta, 2021, in inglese). Secondo la cronaca di WGBH, Dunkin’ Donuts ha annunciato nel settembre 2018 di diventare Dunkin’ da gennaio 2019, spiegando di voler essere un marchio incentrato sulle bevande (WGBH, 2018, in inglese).

Quando basta un refresh

Quando il marchio è riconosciuto e l’azienda è quella di prima, ma l’identità funziona male su schermi piccoli, social o packaging. Secondo The Next Web, nel settembre 2015 Google ha aggiornato logo e caratteri spiegando che il marchio, nato per la pagina di un browser da computer, doveva funzionare su molti dispositivi diversi (The Next Web, 2015, in inglese). Nel gennaio 2019 Mastercard ha tolto il nome dal marchio in alcuni contesti, lasciando i due cerchi: secondo l’azienda più dell’80% delle persone riconosce il simbolo da solo (Mastercard, 2019, in inglese).

Perché cambiare tutto costa più di quanto sembra

Roger Martin, ex preside della Rotman School of Management, sostiene che un rebranding interrompe le abitudini dei clienti, più forti della fedeltà, e che i cambiamenti dovrebbero mantenere continuità visiva con il passato (Harvard Business Review, 2023, in inglese). Ana Andjelic ricorda che pochi rilanci di marca riescono e che richiedono anni, perché toccano prodotto, racconto, cultura e clienti, non solo l’immagine (Harvard Business Review, 2021, in inglese).

Cinque domande per decidere

  • Il nome racconta ancora ciò che facciamo e dove vogliamo andare?
  • Il posizionamento è cambiato, o solo la grafica è invecchiata?
  • Cosa riconosce il pubblico oggi: il logo, il colore, il nome? Quello va tenuto.
  • Il marchio funziona su schermi piccoli, social, packaging e insegne?
  • Siamo pronti ad aggiornare tutti i materiali e i canali, in un ordine preciso?

Se le risposte riguardano il nome o la promessa, si parla di rebranding. Se riguardano forma, coerenza e supporti, di refresh. Anche l’intenzione di portare il marchio in nuove categorie conta: prima di una brand extension o di un accordo di licensing conviene che identità e regole d’uso siano solide.

Se stai valutando quale strada prendere, lo facciamo nel lavoro di brand identity: dal confronto su storia e pubblico al brand book, fino all’elenco dei materiali da aggiornare.

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